2017-01-11 09:20:34 - MARINA E LA GUERRA

Iniziamo la pubblicazione dei ricordi che Marina Tognelli ha della guerra ed ha tratto dal suo diario. Sono episodi a volte anche buffi ma più spesso drammatici, cui da ragazzina assistè o visse in prima persona insieme alla sua famiglia.
La Tognelli sa descriverli con ricchezza di particolari sottolineando gli stati d´animo di una bambina di fronte ad eventi così insoliti per lei abituata ad una realtà quotidiana ricca di giochi e affetti familiari.

Venti di guerra

Si sentiva la gente grande che parlava che presto sarebbe arrivata la guerra. Noi bambini non si sapeva cosa fosse una guerra. Però si vedevano i grandi molto pensierosi. Un giorno io e mia madre siamo andate a Molazzana, al comune. Quando siamo tornate indietro, passando da Brucciano, in piazza abbiamo incontrato un giovane. Appena ha visto mia madre s´è avvicinato e ha detto: "dammi l´anello d´oro per la patria". Mia madre ha risposto:" io l´anello non lo do a nessuno". E lui arrabbiato ha ribadito:" se non mi dai subito l´anello ti taglio il dito". "E io ti taglio il bischero", ha risposto mia madre. Poi mi ha preso per mano e siamo andate da mia zia Estere, che abitava vicino al paese. Quando siamo arrivate le ha raccontato quello che era successo. Mia zia ha detto "io ho dovuto darglielo, perché con arroganza non la finiva più, dicendomi che lo doveva fare per la patria". Il duce aveva ordinato di dare l´anello d´oro per salvare la patria. Nel tardo pomeriggio siamo tornate a casa.
Una mattina ci siamo svegliati, aprendo la finestra giù nella strada abbiamo visto tanti e tanti cavalli e asini tutti in fila e tutti caricati. Su ogni cavallo c´era un soldato. Noi bambini siamo andati alle Crocette, tutti incuriositi nel vedere tanti cavalli. Era una fila che non finiva mai, tre o quattro chilometri, forse anche più. Per noi era uno spettacolo, mai visti tanti cavalli. Mentre si guardava sfilare questi soldati e cavalli, ad un tratto un soldato-bambino ha lasciato il suo cavallo ed è salito sopra il poggio e s´è fermato davanti a me. Mi guardava senza battere gli occhi. Io lo stesso lo guardavo incantata. Era un ragazzo poco più alto di me. Era molto bello, biondo con gli occhi azzurri come il cielo quando è limpido. Aveva un carnato delicato, il suo viso a momenti era più rosso e a momenti era roseo. Ci siamo fissati per alcuni minuti. Poi lui è disceso dal poggio senza dire una parola, ha ripreso il suo cavallo e s´è rimesso in cammino insieme agli altri soldati. Da quel momento non mi sono dimenticata mai di lui. Sono passati tanti anni e lo penso ancora. Mi chiedo: " sarà tornato a casa? O sarà morto in guerra?" Questo pensiero non mi lascia mai. Non so cosa farei per sapere che fine ha fatto il mio tedeschino.
Verso mezzogiorno siamo tornati a casa. Abbiamo raccontato tutto quello che avevamo visto ai nostri genitori. Anche loro non avevano visto mai tanti cavalli e soldati. Mentre noi bambini eravamo contenti di avere visto tanti cavalli e soldati, i nostri genitori e le altre persone erano pensierosi, si può dire tristi.

Giorni di terrore

E´ passato qualche mese. Una mattina mia madre è andata per mungere le mucche. Quando è arrivata alla stalla le mucche non c´erano più. E´ andata a Sassi, sapeva che c´era il comando dei tedeschi, voleva sapere che fine avevano fatto le mucche. Quando è tornata a casa ha raccontato che se l´è vista brutta. I Tedeschi le hanno puntato il moschetto contro, meno male è intervenuto un Italiano, che ha detto: "lasciatela andare, la conosco io". Mia madre è tornata a casa spaventata. Piangeva mentre raccontava quello che le era successo.
La Gabriella aveva molte galline, per paura che le succedesse come alle mucche, chiese a mio padre se poteva portarle alle "Capanne Bruciate". Questa capanna si trova lontana dalla strada, è un po´ isolata. Infatti le portò alle Capanne Bruciate, pensava di essere sicura. Invece una mattina quando è andata per portarle da mangiare, s´è trovata davanti un mucchio di teste di gallina, di tante bestie ne era rimasta una sola. Piangendo venne da mio padre e raccontò tutto.
Un giorno eravamo a cogliere le castagne al Monte di Brucciano, ad un tratto si videro soldati tedeschi. Puntandoci il moschetto dicevano:"Rauss". Mio padre ci ha detto:" presto, prendete le castagne raccolte e andiamo, e non vi voltate indietro". Quando siamo arrivati a casa mia madre era sorpresa: "come mai siete tornati così presto?". Mio padre le ha raccontato quello che era successo.
Un giorno alla Fidalma le si ruppe lo specchio. Noi ragazzi se ne prese un pezzo per uno. Nel pomeriggio mandammo le pecore al pascolo sopra alla "Bucaccia", poi piano piano siamo arrivati sulla "Castinella". Mentre le pecore mangiavano ci venne in mente di giocare con i pezzi dello specchio. Vinceva chi era capace di fare i riflessi del sole più lontano. Era già un po´ che si giocava. All´improvviso abbiamo sentito come se qualcuno ci tirasse dei sassi. Invece erano i soldati che ci sparavano. Siamo scappati via di corsa andando di là del colle. La sera abbiamo raccontato tutto ai nostri genitori. Ci hanno detto di non giocare più con i pezzi dello specchio e di stare molto attenti perché i soldati potevano farci del male e di non mandare lontano le pecore al pascolo.
Da quel giorno i nostri genitori ci chiamavano spesso. Avevano paura che ci si allontanasse troppo. Passarono alcuni giorni, forse anche qualche mese, non ricordo. Una sera tornando a casa mancavano cinque pecore. Era quasi notte. I nostri genitori si raccomandarono:" domattina bisogna che andiate a cercarle". Mandammo le pecore dove eravamo il giorno prima. Poi siamo partiti alla ricerca delle pecore smarrite. Quando siamo arrivati nella "Costagrande", nella strada c´era una tessera tutta strappata, era la tessera che serviva per prendere la roba alla bottega. Noi abbiamo raccolto i pezzettini e li abbiamo messi in ordine. C´era scritto il nome di un signore che abitava vicino a noi. Sotto strada, vicino a un cespuglio, c´era il suo cappello. Abbiamo guardato intorno, per vedere se c´era altro. Sopra strada abbiamo notato della terra mossa da poco. Ci siamo avvicinati, dalla terra spuntava una scarpa. Spaventati siamo corsi a casa. Piangendo abbiamo raccontato tutto ai nostri genitori. Il giorno dopo l´Alberto, un giovane alto quasi due metri e molto forte, ha preso un gran sacco e una zappa. E´ partito per andare a prendere l´uomo morto per portarlo al cimitero di Vergemoli. Quando era giù per la strada, col sacco sulle spalle, hanno cominciato a sparargli. Lui correva con il sacco sopra le spalle, giù lungo il fosso per un piccolo viottolo. Così è arrivato al cimitero e ha potuto seppellirlo. Quel signore morto era già qualche anno che abitava vicino a noi. Ricordo che dormiva in un capannaccio, dove aveva portato un letto e poche altre cose. A mangiare andava dalla Menica. Tante volte l´ho visto che piantava un ferro nel muro vicino al capannaccio, dove attaccava una pentola. Ci accendeva il fuoco sotto, così si faceva da mangiare. Il giorno prima del ritrovamento, aveva lasciato detto che andava a trovare suo fratello all´Alpe di Sant´Antonio. Noi non abbiamo più pensato alle pecore perse. La sera prima di rimetterle nella stanza le abbiamo contate, c´erano tutte.

Mamma Viola

Una mattina eravamo a segare l´ultimo fieno in "Fibbiola". Si cominciò a sentire puzza di panni bruciati. Noi bambini siamo andati sul colle.. Di fronte si vide tante case che bruciavano. Nella strada sotto di noi c´erano tanti soldati che venivano e andavano, erano tedeschi e fascisti. Dopo un paio di giorni passarono dal Forcone, cioè lì da noi, dei partigiani, alcuni erano feriti. Raccontarono che c´era stata una battaglia. La mattina presto si erano trovati circondati. Si sono difesi finchè hanno potuto. Ma purtroppo parecchi partigiani ci hanno lasciato la vita. Quelli si erano salvati perché mamma Viola conosceva delle caverne dove si sono nascosti. erano giovani sui vent´anni. tanti hanno lasciato la loro vita sul Monte Rovaio. Mamma Viola, la chiamavano così perché aiutava tutti come fossero stati suoi figli.
Una sera mentre eravamo a letto si sentiva ogni tanto un boato, quando più lontano, quando più vicino. Noi bambini si rideva. Quando si sentiva il botto più lontano si diceva: "quella è femmina". Quando scoppiava più vicino si diceva: " quello è maschio". E giù risate. Però una è scoppiata sopra casa. Abbiamo sentito uno scoppio forte e cadere terra e sassi sul tetto della casa. Da quel momento non abbiamo più riso. Non ci si rendeva conto di cosa succedeva. La mattina siamo andati a vedere cosa era successo. Sopra casa in un poggio c´era una grande buca. Noi bambini ci si domandava: "come avrà fatto a fare una buca così profonda? Poi con un colpo solo?".

L´esplosione

Passò un po´ di tempo senza che succedesse niente d´importante. Ma un pomeriggio eravamo tutti in casa, babbo, mamma e noi quattro bambini, più un cuginetto. Tutto a un tratto, sembrava la fine del mondo: un boato e tanti calcinacci e mattoni ci sono caduti addosso. Io mi sono ritrovata distesa sul pavimento. Mi sono alzata e tra la polvere sono andata nel salotto. Nell´esplosione la porta del salotto s´era aperta, io sono entrata e ho chiuso la porta. Sentivo mia madre, mio padre, sorelle, fratello e cuginetto che urlavano e piangevano. Poi mia sorella col cuginetto, spingendo la porta con forza, sono entrati anche loro nel salotto. Io tenevo la porta chiusa con tutte le mie forze, perché pensavo che ci fosse un rullo che tagliasse le gambe. Per questo urlavano e piangevano. C´era tanta polvere nell´aria. Fuori si sentiva una voce che diceva: "uscite perché c´è il pericolo che ne arrivi un´altra". Siamo usciti fuori, c´erano parecchi soldati. Ci hanno messo tutti in fila contro il muro di casa. Un soldato che ci stava di fronte aveva un fucile con la canna che sembrava bucata. Tenendola puntata contro di noi la schiavacciava. La Menica, signora che abitava vicino a noi, arrabbiata contro i soldati urlava: "vergognatevi, guardate come avete conciato quella famiglia. Eppure siamo tutti sotto la solita bandiera, vergognatevi". Il tenente rispose: "sta zitta, se no ce n´è anche per te". La Menica gli rispose: "non si può stare zitti, vedendo queste cose vergognose. Guardate come avete conciato questi bambini e i genitori". A quel punto ci hanno contati e ci hanno detto: "guai a voi se andate via. Quando si ritorna se ne manca uno, si brucia la casa e si uccide chi si trova". Portarono via il figlio della Menica e un signore che era venuto poco tempo prima a trovare la Menica e figlio. Se ne andarono.
I miei familiari erano tutti feriti, meno che io. Si vede che qualche santo mi aveva protetto. Un attimo prima ero seduta sotto la cappa del camino. Mi sono alzata per andare a giocare sotto un tavolo che era accostato al muro. Quel tavolo era la nostra casina. Quando sono arrivata in mezzo al pavimento è successo il finimondo. I soldati erano saliti sul tetto della casa e avevano buttato una bomba a mano giù dal camino. Per fortuna era scoppiata sul catenaccio, cioè dove s´attacca la catena per reggere il paiolo e altre pentole per farci da mangiare o scaldarci l´acqua. Se scoppiava giù, senz´altro si moriva tutti. Mio padre era ferito a una mano e a un piede. Mia madre faceva sangue da una gamba, dalle calze di lana di pecora usciva parecchio sangue. S´è levata la calza, ci aveva dei buchi grandi come averci infilato un dito. Mio fratello faceva sangue da tutte le parti. era come lo avessero graffiato portandogli via la prima pelle. Mia sorella aveva una ferita sulla sinistra, sul petto. L´altra sorella di quattro anni aveva due schegge sopra il ginocchio, e una ferita lungo una gamba e un piede. la ferita non era profonda, era come averla tagliata con una lametta. Mio padre prese le pinze, quelle che ci si leva i chiodi. Levò le schegge dalla gamba di mia sorella. Il mio cuginetto era ferito a una gamba e a un dito della mano. La Menica ci ha fatto andare a casa sua. Alla meglio ha medicato le ferite. Ha fatto delle fasce strappando delle lenzuola.
Nel tardo pomeriggio sono venuti due soldati e dissero alla Menica: "vada al paese al comando, vogliamo sapere che fine hanno fatto due nostri compatrioti, perché non sono tornati alla base. Si ricordi che a quei due che abbiamo portato via, gli abbiamo fatto fare la fossa. Se domani a mezzogiorno non abbiamo notizie dei nostri, li uccidiamo tutti e due". La Menica disperata è andata subito giù al paese, cioè al comando. Gli ha raccontato tutto quello che era successo. Il capo ha fatto una lettera dove gli diceva che erano stati fatti prigionieri e stavano bene. Invece erano morti tutti e due. Quando è tornata la Menica, ci ha fatto dormire a casa sua. Ha messo dei materassi e qualche coltre piegata sul pavimento, dove abbiamo, per dire, dormito, perché nella notte si sentiva il passo dei soldati che giravano intorno alla casa. Noi con gli occhi spaventati si ascoltava, avevamo paura che da un momento all´altro entrassero in casa. Finalmente è arrivato il giorno. La Menica ha preso la lettera ed è partita per portarla su al "Piano d´Elio" dove c´erano i fascisti e tedeschi. Quando è arrivata la sentinella dormiva. L´ha svegliata, gli ha consegnato la lettera ed è tornata a casa.
(continua)

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